il canto e la storia

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 Punto&aCapo - INDICE

estratto dal n.11/2006


 

  

 “u pana ‘e casa”

 

Il pane fatto in casa

 

A Caterina Corapi detta “Catarina da Nanna” che faceva il pane a Soverato.

 

Il grano era conservato dentro una cassapanca “u casciuni” e prima di essere portato al mulino, veniva pulito anche da eventuali pidocchi (ovviamente dello stesso grano) con l’aiuto di un setaccio, “u cernigghiu”.

I mulini di un tempo erano mossi dall’acqua e macinavano mediante grosse pietre: la crusca veniva fuori mischiata alla farina. Ciò rendeva necessario un ulteriore intervento con l’ausilio di setacci per separare “a canigghia do’ ranu” (la crusca dalla farina).

La lavorazione della farina, fino alla cottura vera e propria del pane, si svolgeva lì dove era ubicato il forno e dove erano custoditi gelosamente tutti gli attrezzi necessari.

Si cominciava perciò lavorando una quantità di farina, equivalente al fabbisogno familiare, per poi mischiarla a della pasta di pane già lievitata, presa in prestito da qualche vicino di casa.

In seguito si impastava quasi sempre a pugni chiusi versando nell'impasto, ogni tanto,  acqua tiepida e sale, facendo bene attenzione che la lavorazione avvenisse in modo uniforme. Dopo di ciò da questo impasto si creavano delle forme rotonde che venivano poggiate su una tavola ben infarinata. Sopra la superficie superiore di questi pani con la “rasula”, che era un vero e proprio raschietto con manico, si disegnavano delle croci e si pronunciava la frase: “Pasta crisci, crisci, cum'è crisciutu Gesù Cristu 'nta li fasci” (pasta cresci cresci come è cresciuto Gesù Cristo nelle fasce), quindi, affinché la lievitazione avvenisse meglio, si ricoprivano con un telo bianco, una coperta di lana e un indumento maschile, ritenuto indispensabile per una giusta lievitazione (generalmente un paio di pantaloni). Di solito si impastava alla sera e si infornava alla mattina successiva...ecc.ecc.. [Rocco Jenco]